U mostru nustranu (Il mostro casereccio)

Ciplope
F. Rachmuhl, C. Gastaut, “Odissea, Il viaggio di Ulisse”, WS Kids

Stu mostru è tutt’u nostru,
l’avemu dintr’a casa,
‘nta terra di Sicilia,
e nuddu facia casu.

Arriva lu giganti,
sintiti lu so’ passu,
mmucciativi, carusi,
chì pari siddiatu!

O mamma, quant’è ranni,
nni pari na muntagna!
Ma comu potti crisciri
nu lignu tant’amaru!

Eppuru c’è nu Grecu
chi non s’arrenni mai
e usa la so’ testa
pi nnesciri di guai.

Vaddati chi s’inventa
pi sé e i so’ cumpagni:
ci offri tantu vinu
pi’ farlu ‘mbriacari.

E poi ci scippa l’occhiu
chi, tantu, non sirbia,
picchì, cu facia u mali,
ormai nun ci vidia.

E bravu, Ulissi, evviva!
Vincisti n’autra vota,
e nni nsignasti ancora,
cu fatti e non paroli,

chi, cu cummatti, scampa
e cu s’arrenni, mori.

 

Il mostro casereccio

Nessuno
F. Rachmuhl, C. Gastaut, “Odissea, Il viaggio di Ulisse”, WS Kids

Questo mostro è tutto nostro,
ce l’abbiamo dentro casa,
nella terra di Sicilia,
e nessuno gli badava.

Arriva il gigante,
sentite il suo passo,
nascosti, bambini,
ché sembra di sasso!

Mamma, quant’è enorme,
sembra una montagna!
Ma com’è cresciuto
tanto velenoso!

Eppure c’è un Greco
che non gli si arrende
e usa la testa
per trarsi dai guai.

Guardate che inventa
per sé e i suoi compagni:
gli offre del vino
per farlo ubriacare.

E poi gli cava l’occhio
che, tanto, non serviva,
perché, facendo il male,
non ci vedeva mica.

E bravo, Ulisse, evviva!
Hai vinto un’altra volta,
e ci hai insegnato ancora,
a fatti e non parole,

che, chi combatte, scampa
e chi si arrende, muore.

Il tuo paese (a mia madre)

Ulivi
©Tonino Giampà

Qui
m’incanto di te

se mi raccontano
della tua infanzia

gli ulivi

che baciarono
i tuoi piccoli sogni.

Tu rispondevi
al canto delle cose

e non sapevi

quanto bruciasse
la terra
sotto i tuoi sandali leggeri

 

 

Infanzia in canto

La lirica annoda nel cerchio di un’intuizione amorosa luoghi e tempi… l’ignoto si fa dipinto, il discorso danza. (M.R.I.)

Se un mattino di Marzo a Vizzini…

VizziniI luoghi hanno non solo un nome, ma anche un’anima, e conoscerli vuol dire esattamente scoprire quest’anima e sentirne la forza vitale.
Se il luogo è Vizzini, l’anima non può che esserne la fantasia realistica e dolente di Giovanni Verga.
Il viaggiatore attento, percorrendo le strade del paese, sente risuonare dentro di sé le voci dei personaggi verghiani e resta come avvinghiato alle loro speranze e fallimenti, passioni e miserie; sente su di sé il peso del loro destino amaro e ineluttabile: ne riscopre, insomma, l’universale umanità.
C’è il vicolo dove si consumano le passioni che inchiodano, seppure in modo diverso, i protagonisti della Cavalleria rusticana: la casa di Lola, che il destino ha voluto troppo vicina a quella di Santuzza; quella chiesa della mala Pasqua, dove nessuna resurrezione è possibile per questi dannati della terra, e, sulla stessa piazza, l’osteria della povera gnà Nunzia, madre sfortunata di Turiddu, il giovane innamorato che paga con la vita, laggiù, alla Canziria, la sua passione e la sua audacia.
A Vizzini matura la storia di un altro indimenticabile personaggio verghiano, che comincia da vincitore e finisce, inesorabilmente, vinto: Gesualdo Motta, mastro e don, tristemente schiacciato nell’ambiguità beffarda del suo destino di uomo straricco ma infinitamente povero, come è sempre chi tradisce i sentimenti per un bene materiale.
Nelle strade di Vizzini, poi, si può assaporare la fortuna di incontrare i personaggi verghiani «in carne ed ossa», grazie agli attori dell’Associazione Teatro Skené che, all’interno del Parco letterario «G. Verga», rappresentano le opere dello scrittore sul palcoscenico privilegiato dei luoghi che hanno ispirato la sua fantasia.
Così, in una ventosa mattinata quasi primaverile, è possibile risentire l’urlo che annuncia il compimento del destino di Turiddu: «Hanno ammazzato compare Turiddu!»; o imbattersi in mastro-don Gesualdo, più vivo e sconvolto che mai, davanti al palazzo Trao che sta andando in fiamme, mentre i vicini bussano urlando al portone, per salvare i proprietari in pericolo: «Don Ferdinando! Don Diego!».
E lo spettatore, percorso da un brivido, che è dono delle grandi emozioni, sente improvvisamente cancellata ogni distanza dai personaggi e vive come «normale» questa felice vicinanza: insomma, tocca con mano la certezza della loro umanissima immortalità.

Ritornano all’alba (Euridice ritorna, per altra via)

Barche all'AlbaPiangevamo che fossero andati
per sempre perduti
come stelle cadenti,
abbracciati dal vuoto.

Ma…

ritornano

con passi
di luce e di brezza

quando fa giorno

 

 

Una strada di luce

Un soffio di luce respinge il vuoto e traccia la via del “ritorno”: mistero provvidenziale e struggente, nutrito di memoria e nostalgia.

È finita… in musica! (Apollo e Pitagora)

Apollo
©Phillip Martin

Pitagora, ormai vecchio e un po’stravagante, si trascinava a fatica per le vie di Metaponto, con una bisaccia sulle spalle piena di numeri.
Questi risentivano dei movimenti talvolta bruschi dell’onorabile vecchio e, soprattutto, si sentivano soffocare, chiusi in uno spazio così angusto, condannati a un perenne e inutile rimescolamento, per cui emettevano interminabili lamenti.
Ma, in un bel mattino di inizio estate, il vecchio filosofo s’imbatté nel dio Apollo, in vacanza da quelle parti, il quale, orecchio fino, chiese con preoccupata curiosità cosa fossero mai quei suoni così lacrimevoli e scomposti provenienti dalla sua bisaccia.
“Sono i numeri”, rispose Pitagora, “che, mescolandosi continuamente a caso, si affaticano e, perciò, non smettono di lamentarsi”.
“Ho un rimedio per loro”, rassicurò premuroso il dio e, poggiata a terra la sua lira, invitò i numeri a disporsi ordinatamente sulle corde dello strumento; quindi, al lieve tocco delle dita di Apollo, essi smisero di piangere e cominciarono a emettere suoni nuovi e armoniosi, che il dio, lieto, chiamò “musica” e rese immortali.