È finita… in musica! (Apollo e Pitagora)

Apollo
©Phillip Martin

Pitagora, ormai vecchio e un po’stravagante, si trascinava a fatica per le vie di Metaponto, con una bisaccia sulle spalle piena di numeri.
Questi risentivano dei movimenti talvolta bruschi dell’onorabile vecchio e, soprattutto, si sentivano soffocare, chiusi in uno spazio così angusto, condannati a un perenne e inutile rimescolamento, per cui emettevano interminabili lamenti.
Ma, in un bel mattino di inizio estate, il vecchio filosofo s’imbatté nel dio Apollo, in vacanza da quelle parti, il quale, orecchio fino, chiese con preoccupata curiosità cosa fossero mai quei suoni così lacrimevoli e scomposti provenienti dalla sua bisaccia.
“Sono i numeri”, rispose Pitagora, “che, mescolandosi continuamente a caso, si affaticano e, perciò, non smettono di lamentarsi”.
“Ho un rimedio per loro”, rassicurò premuroso il dio e, poggiata a terra la sua lira, invitò i numeri a disporsi ordinatamente sulle corde dello strumento; quindi, al lieve tocco delle dita di Apollo, essi smisero di piangere e cominciarono a emettere suoni nuovi e armoniosi, che il dio, lieto, chiamò “musica” e rese immortali.

Aci Castello: cronaca di un desiderio (il ritorno)

C’era una volta, e per l’ennesima volta, un desiderio: i desideri sono come i fantasmi, infatti di solito dove ci sono gli uni, ci sono anche gli altri, e chi non esprime gli uni, non vede gli altri.
Una volta, ma forse anche più di una, nel Castello sul mare di un paesino senza nome, viveva un fantasma: si chiamava Amore, e oltre alla croce tipica di tutti i fantasmi, cioè quella di non essere visto (che però permetteva di fare divertentissimi scherzi), ne aveva un’altra: quella di vedere (che permetteva di fare scherzi solo a se stessi).
Egli vedeva in particolare come Tutto (e sopra, anzi sotto, Tutto le persone) in quel paesino fosse scolorito, ma, essendo un fantasma, non aveva in sé la forza per colorare le cose: vedeva in sé, infatti, la trasparenza della luce, ma non il colore… Si ricordò allora di aver sentito parlare due turisti venuti a visitare il castello a proposito di un bravissimo pittore che, oltre Tutto, vedeva i fantasmi! Proprio quello che aveva sempre desiderato! Nessun pittore, infatti, per quanto colorato, l’avrebbe potuto aiutare, se non l’avesse visto. E questo era il motivo per cui sino a quel momento era stato trattenuto dal lasciare il suo castello e compiere quel viaggio… Certo, questo ve lo sto dicendo io: il fantasma non avrebbe mai ammesso di restare nel castello per paura di non essere visto: non avrebbe mai ammesso la malinconia dei voli, che aveva imparato a chiamare “Libertà”, i capogiri nelle stanze, che aveva imparato a chiamare “sogni”, e sopra, anzi sotto, Tutto, non vi avrebbe mai mostrato quella stanza chiusa, senza nome… quella, per intenderci, dove non arrivavano le carezze… Ma tanto, dimenticavo, voi non vedete neanche le stanze aperte.Sala "Jean Calogero" - Castello di Aci Castello

Insomma, quella volta, ma forse pure quell’altra, il fantasma si decise a partire: cammina cammina, anzi vola vola, arrivò nella Villa dove viveva il Pittore… Cammina cammina, anzi vola vola, arrivò nella Vita dove villeggiava il Pittore… “E se non mi vedesse?”, pensava appena il fantasma, salutando i tanti compagni residenti che gli venivano incontro, e conquistato dal colore Tutto intorno, che completava la sua naturale trasparenza, facendola brillare ed esistere davvero. (Certo, anche lì capitavano cose senza luce e senza colore, ma erano loro a diventare sempre più invisibili fino a scomparire, non i fantasmi!).
Il fantasma era fuori di sé dalla gioia, al punto che quando, finalmente, arrivò il pittore e, guardandolo, gli chiese con estrema gentilezza: “Siete voi il fantasma venuto dal castello sul mare?”, rispose: “In carne e ossa!”. “Lo vedo, lo vedo!”, sorrise il pittore stringendogli la mano (o qualcosa del genere, non andiamo troppo per il sottile). Allora Amore spiegò al pittore di avere bisogno del suo aiuto per colorare il castello, il mare, il paesino e sopra, anzi sotto, Tutto, le persone: il fantasma avrebbe messo la trasparenza, il pittore il colore… e la trasparenza nel colore e il colore nella trasparenza avrebbero fatto la magia (o qualcosa del genere).
Il pittore voleva evitare di lasciare la sua villa e compiere quel viaggio… Nessun fantasma, infatti, per quanto trasparente, l’avrebbe potuto aiutare a togliersi le sue maschere, se le avesse viste. Certo, questo ve lo sto dicendo io: il pittore non avrebbe mai ammesso di restare nella villa per paura di essere visto: non avrebbe mai ammesso lo struggersi delle ombre, che aveva imparato a chiamare “Tempo”, le vertigini nei giardini, che aveva imparato a chiamare “giochi”, e sopra, anzi sotto, Tutto, non vi avrebbe mai mostrato quel giardino segreto, senza nome… quello, per intenderci, dove non arrivavano le carezze… Ma tanto, dimenticavo, voi non vedete neanche i giardini non-segreti.

Alla fine, quella volta, nonostante Tutto, il pittore si decise a partire: cammina cammina e vola vola, il fantasma e il pittore furono attratti lungo la via da un brillio azzurro nella terra, che spiccava sul grigio generale: “Com’è bello il tuo azzurro! Chi sei?”, chiese il pittore.
“Sono Aci, e il mio Azzurro viene dal Rosso: dopo essere stato ucciso da Polifemo accecato dalla gelosia, ho continuato a far scorrere il mio amore: ora il mio unico desiderio è raggiungere il mare per riabbracciare Galatea.”
“Allora unisciti a noi: stiamo andando verso il castello sul mare che già si comincia a intravedere: il tuo azzurro vivo ci farà da guida”…
Aci disse di sì con naturalezza: conosceva sia Amore sia Morte, sapeva bene chi dei due fosse il più forte, e quindi non aveva paura di nulla. (E questo ve lo dico sempre io perché a lui non piaceva vantarsi).

Cammina cammina, vola vola e scorri scorri, i tre arrivarono finalmente al castello sul mare: Aci inazzurrò il mare candido riabbracciando Galatea, il fantasma Amore (che ogni tanto a qualcuno capita di vedere) illimpidì il cielo, e il pittore consumò tutti i colori per le cose che si trovavano tra il mare e il cielo, castello compreso… per le persone la storia è un po’ più complicata, ma qualche pennellata arrivò anche a loro.
Dopo una giornata di intenso lavoro, quando il rosso cominciava a venire nell’azzurro, Amore disse ai suoi due Amici: “Vediamo chi arriva prima all’orizzonte”… e iniziò a volare; Aci lo seguì subito scorrendo più veloce che poteva, il Pittore si mise a inseguirli di slancio e di corsa… dimenticandosi di non sapere né volare né nuotare.

Non si è mai capito chi vinse quella gara innamorata e indiavolata, e per questo motivo, nel luogo colorato da Aci, da Amore e dal Pittore, che dal quel giorno venne chiamato Aci Castello, il mare e il cielo sembrano Tutt-ora fusi nell’Azzurro, ed è impossibile vedere l’orizzonte… che, del resto, è a sua volta un’illusione…

Il lupo fuori dalla… fabula

Un lupo
©Peter Rindisbacher

Il lupo, che non ne poteva più di stare in fabula, decise di prendere una boccata d’aria nuova e, atteggiamento noncurante, ma occhio vigile e orecchie ben drizzate, si avviò verso la città, dove si diceva che abitassero quegli uomini che da sempre sparlavano di lui.
Così, si ritrovò presto in mezzo ad un viavai di gente e di strani scatoloni metallici che si muovevano in tutte le direzioni freneticamente e senza un ordine comprensibile, producendo rumori indiavolati e sporcando pure l’aria, tanto che a lui cominciava a mancare il respiro; solo il rosso dei semafori li fermava per un brevissimo tempo, ma gli occhi del lupo non distinguevano i colori, quindi, la sua confusione era totale.
Questo disorientamento fu notato da un corvo, che aveva preso dimora tra le fronde di un grande faggio, presso un vecchio palazzo, dopo che qualcuno lo aveva fatto nero perché la bestiola proprio non riusciva a farsi i fatti suoi.
“Ehi, amico”, gracchiò il corvo dalla cima del suo rifugio,  “quale cattiva ventura ti porta da queste parti? Non sai quanto è pericolosa la foresta degli uomini per uno come te che non può volare, all’occorrenza?”.

Il lupo, in verità, cominciava a rendersi conto dei pericoli che correva e in cuor suo diede ragione a quell’uccello del malaugurio, ma, con il cammino e la consapevolezza del rischio, era cresciuto anche il desiderio di conoscere quegli esseri strani che si muovevano su due piedi (e per questo al lupo apparivano molto instabili e squilibrati) e sembravano avere sempre fretta di andare chissà dove, di fare chissà cosa, senza mostrare curiosità per alcunché: solo affrettarsi verso un qualche luogo misterioso, che il lupo ormai aveva deciso di scoprire.
Pertanto, li seguì a lungo, impresa, in verità, non difficile, perché ce n’erano dappertutto e, tutto sommato, non gli davano fastidio, anzi lo degnavano appena di uno sguardo, ma non apparivano né sorpresi della sua presenza né interessati a lui, anche perché, spesso, non badavano nemmeno alla strada che percorrevano, mentre parlavano da soli, a voce alta, con uno strano arnese appoggiato ad un orecchio, forse, ipotizzò l’animale, per invocare aiuto da qualcuno (di solito, parlando, guardavano in alto o lontano), contro un pericolo che li minacciava e di cui lui non poteva rendersi conto.
Eppure…per qualche motivo a lui del tutto ignoto, questi esseri così distanti e indifferenti nei suoi confronti, non avevano esitato a raccontare ripetutamente della sua cattiveria…

Citta
©Maurizio Tangerini

Si avvide, finalmente, che la loro fretta si spegneva spesso in grandi spazi coperti, dov’era esposta tantissima merce (lui era un vecchio lupo e non sapeva che quei campi immensi, dove fiorisce tutto ciò che è inanimato, si chiamano centri commerciali) e lì si riempivano le borse di prodotti d’ogni genere, con la stessa voracità con cui lui in tutte le loro favole si era regolarmente riempita la pancia di pecore e di agnelli. “Forse mangiano tutta questa merce”, provava a ragionare il lupo, “ma”, aggiungeva perplesso, “ci sono oggetti che nemmeno i miei denti, tanto più potenti dei loro, riuscirebbero a frantumare”.
Poi dovette constatare che potevano fare anche di peggio: urlare, agitarsi, litigare come… bestie, quando qualcuno tentava di scavalcare qualcun altro nella fila, davanti ad uno strano arnese, dove ad un loro simile tutti pagavano una specie di pedaggio.
“Forse”, si sforzava di capire il lupo, “ questo è passato avanti perché è più affamato degli altri”, ma in verità, questa ipotesi, appena formulata, gli appariva subito piuttosto debole.
Talvolta, per strada, nonostante la fretta che sempre li assillava, capitava che alcuni si fermassero e se le dessero di santa ragione; talaltra, il lupo lo intuiva (non era moderno, ma il fiuto non gli mancava), qualcuno dall’aria più furba tendeva un tranello ad uno meno avveduto: insomma, fretta e lotta dominavano la città degli uomini, e i più deboli se ne tornavano regolarmente a casa con le ossa ammaccate.

Il lupo tenne in osservazione gli uomini per alcune settimane, prima di giungere a qualche fondata conclusione su di loro (ché lui era un lupo, ma non privo di scrupolo, checché se ne dicesse, e non voleva macchiarsi la coscienza facendo torto a qualcuno), ed ebbe la certezza che questi stranissimi esseri non solo sarebbero potuti riuscire pericolosi in qualsiasi momento ai lupi come lui, ma, e qui la comprensione dell’animale si arrestava irrimediabilmente, lo erano soprattutto per gli individui della loro stessa specie. E notò, per di più, che di solito non mutavano il proprio comportamento, nemmeno quello che persino a un lupo, così, a naso, appariva sconcertante e… irrazionale.
“Questi uomini non riuscirò mai a capirli davvero”, concluse allora l’animale alquanto deluso e rassegnato; “però,” si riprese subito con giusto orgoglio, “ho capito bene perché favoleggiano tanto della mia cattiveria e sono così sicuri che non perderò mai il mio vizio”.

Le due sorelle

Always A Work In Progress
©Duy Huynh, 2013

“Nonna”, chiese seria e preoccupata la bambina, “ora che sono finite tutte le fiabe, cosa mi racconterai prima di andare a letto?”
“Se guardi dentro di te”, rispose con la calma consueta la nonna, “troverai una porticina: bussa e qualcuno verrà ad aprirti”.
La bambina guardò dentro il suo cuoricino e, in effetti, vide una piccola porta, alla quale non aveva mai prestato attenzione. Con un certo timore bussò e la porta ebbe come un fremito leggero e gioioso; quindi si aprì e sulla soglia si affacciò una signora dallo sguardo bonario e familiare, vestita in modo molto sobrio.
“Chi sei?” chiese la bambina.
“Sono la Realtà”.
“E sai raccontare fiabe ?”
“Sì, ma non tutti le capiscono”.
“Perché?” s’incuriosì la bambina.
“Perché a molti sembrano così semplici e scontate da non meritare attenzione”.
Dette queste parole, si ritirò con un’espressione rassegnata.
Al suo posto comparve un’altra donna, dall’aspetto strano e allegro, abbigliata in modo molto estroso.
“Chi sei?” chiese di nuovo la bambina.
“Sono la Fantasia”, rispose la donna.
“E ne racconti fiabe?”
“Sì, tante, e piacciono molto, anche se nessuno le prende sul serio, perché a nessuno sembrano vere”. E, detto questo, anche lei si ritirò, chiudendosi la porticina alle spalle.
La bimba rimase davanti alla soglia un po’ confusa, interrogandosi sul significato delle parole pronunciate dalle due donne e chiedendosi, soprattutto, dove andare a trovare nuove fiabe.
Mentre se ne stava così pensierosa, un raggio di luce proveniente dalla porticina la illuminò e lei trovò la risposta: le fiabe nascono dalla realtà quotidiana, che non è mai tanto banale da non poter essere presa sul serio, ma hanno bisogno, per apparire sempre fresche e scintillanti, di essere colorate dalla fantasia, che non è mai tanto strana da non poter contenere la realtà. Di questa, insomma, lei è la sorella pazzerella, che, come un pittore sulla sua tela, ne combina… di tutti i colori.
“Così”, concluse felice la bambina, “le fiabe non finiranno mai e non sarà nemmeno difficile trovarle!”.

Pomeriggio d’estate

Acquerello magico
Un “acquerello magico” di Casimiro Piccolo

Casimiro passeggiava fra i rami di glicine. Tutt’attorno c’era silenzio. Silenzio c’era. Molto dormivano. Forse dormivano tutti. Ma qualcuno era sveglio.

Come essere svegli mentre tutti gli altri dormono? Forse non dormono.

O forse è solo apparenza.

Eppure, quella notte non c’era buio per Casimiro e il suo passo era lieve. Lieve il suo vagare fra i glicini, mentre anche i cani sembravano scomparsi. E dire che quei cani erano così presenti.

Book (detto Buck) fa finta di essere cieco. Lui però ci vede benissimo. Sa tutto della Villa. Niente gli sfugge. La villa lo ha accolto e lui è sempre stato là, fin dai tempi antichi, quando ancora il signor barone passeggiava fra i viali di notte.

Per un po’ di tempo l’anima buona e giocosa di Lilly gli ha fatto compagnia, ma poi è andata perché doveva compiere un’altra missione. Poco lontano dalla villa, ma incompatibile.

E così Book (detto Buck) è rimasto solo. Solo a vegliare sul silenzio dei pini secolari. Ogni tanto passeggia e mi chiede come vanno le cose. Io non so rispondergli, perché non oso infrangere il patto di silenzio che c’è fra noi. Lui sa bene. Conosce le mie risposte e mi rispetta, perché non parlo la lingua universale e quindi non posso essere condannata.

Intuisco – almeno quello, sì – che tutti parlano, mentre il signor Barone non la smette di intingere il suo pennello nella tavolozza di colori. Lo so, lo so… li vedete sbiaditi. Alcuni di voi credono che il dipinto sia in bianco e nero. Altri lo vedono ingiallito. Io non so. Per me i colori sono inalterati. Il fatto è che gli esseri umani, chiamati impropriamente viventi, non si accorgono della loro varietà. Non hanno il gusto cromatico. Hanno perso sensibilità visiva. Sono un po’ come daltonici. Ma non come daltonici. Di fatto, non vedono niente. Non vedono più niente.

Il signor barone mi ha detto che quella sera c’è rimasto male. Qualcuno aveva organizzato la mostra di un pittore locale senza dirgli niente. Potevano almeno comunicarglielo. Sì lo so, poi ci sono rimasti male quando hanno trovato i quadri con i vetri tutti rotti per terra. Ma non è colpa mia. Il signor Barone me lo aveva detto che era questione di buona educazione. Avrebbero potuto informarlo di questa stupida mostra a casa sua.

Ah già, loro non parlano la lingua. Ma avrebbero almeno potuto chiamare un interprete. Ce ne sono di bravi in giro. Una volta c’era Lilly. Anima buona e giocosa la sua. Ma poi è andata perché doveva compiere un’altra missione. Poco lontano dalla villa, ma incompatibile. E così Book (detto Buck) è rimasto solo. Solo a vegliare sul silenzio dei pini secolari.

E Book (detto Buck) è proprio un bravo interprete. Avrebbe potuto dirglielo lui se solo glielo avessero comunicato. Ma anche a lui era stato tenuto nascosto. E non si lamenti quel pittore di provincia, perché grazie a noi ha avuto il suo momento di notorietà. Ringrazi semmai il signor Barone, che si è limitato a far cadere i quadri sul pavimento. Ringrazi e vada via, perché questa è la villa del signor Barone e dei suoi immortali e simpatici amici. Non manca proprio nessuno. Ora passeggiano. Ora ci guardano dagli alberi.

Stamattina sono stata al mare. Lo cercavo ma non c’era più.

Stamattina cercavo il mare. Ho incontrato una villetta, poi un’altra, poi un’altra ancora. E tutti erano felici e contenti.

Tutti beati. C’era la signora che raccontava all’amica della festa della sera prima e c’era il professore che si beava con gli amici ritrovati dell’estate, raccontando loro delle sue soddisfazioni accademiche. E c’era l’avvocato che non faceva che mandare messaggi dal suo cellulare, totalmente preso da questa interessante attività. E c’era un turista un po’ effeminato, tutto intento a cospargersi il corpo di olio solare. E c’era il suo amico che lo aiutava. E c’era il geometra che ha lo studio in via Vittorio Emanuele che ha preferito non andarci, perché aveva appuntamento con l’avvocato. E c’era l’amica dell’architetto, mentre l’architetto non c’era. STOP

Non c’era nessuno.

Non c’era la spiaggia.

Non c’era il mare.

Non gli alberi.

Non gli uccelli.

Non gli insetti.

Non i pesci.

Non c’erano i vivi.

E non c’erano i morti.

Non c’era nessuno.

C’erano tutti. Vivi e morti. Laddove i vivi erano già morti e i morti, quelli veri, vivevano senza che nessuno se ne accorgesse.

Sai, oggi ho parlato con Book (detto Buck). Ogni tanto passeggia e mi chiede come vanno le cose. Io non so rispondergli, perché non oso infrangere il patto di silenzio che c’è fra noi. Fa finta di essere cieco. Lui però ci vede benissimo. Ora Papilio lo sta accarezzando. Ora Papilio sta scherzando col signor Barone.

Papilio e Casimiro dice che se ne andarono. Ma chi lo dice?

Eccoci qua, sediamoci sul prato e che il picnic abbia inizio. Book, lo so che vuoi un pezzo di frittata. Questo pezzo è per te…

Grazie signor Barone per questo splendido picnic sull’erba.