Al porto

Porto con vele
©Lido Bettarini

C’è un silenzio irreale
che ci avvolge
e ci protegge
come dovessimo partire
ma io non parto
il mio viaggio sei tu
e tu non parti
sei con me
ferma
come una nota tenuta
un mi bemolle
languido
come tu sei
quando non nascondi
il tuo amore.

 

 

Stasi e musica

La vertigine del viaggio capovolta àncora la sorpresa lirica, consegnandoci quest’inedita cartolina, nella musicale semplicità di un attimo di vita. (M.R.I.)

Nota ai “margini” del concerto di Jovanotti a Messina

…per diventare la donna che sei
attraversando oceani di sguardi…

Jovanotti a MessinaSe proviamo ad allentare le maglie di un “evento”, come il bel concerto di Jovanotti a Messina, il 18 Luglio 2015, scopriremo, tra fili tesi di cronaca, mosaici di fiabe tristi nella tessera dell’ “ora”…
La signora che sull’autobus canta la follia, quanti anelli di fuoco di deliri ha saltato per far fiorire la sua bocca con questo sorriso? Lei sente nelle canzoni amate la lista della spesa delle sue (proprio le sue!) emozioni, e il canto dell’Altro è il timone del suo battello ebbro, del suo barcone di speranze… Dentro questa navicella (messa a disposizione dal Comune di Messina) mi si attacca il tuo canto, non mi posso più difendere dal sudore e dallo sguardo… Siamo insieme pifferai e topi.

Nello stadio senti la carta velina dei sogni e, a un certo punto, ti pare pure di sentire la solitudine dell’Artista sul palco (il paradosso del successo: mentre ti fa conoscere agli altri, te ne allontana)… Ci incontriamo nei melodiosi crocevia delle canzoni di Jovanotti, dove le piccole cose si fanno… incantesimi di musica, dove il traffico d’attimi schiude… la gioia di essere; di appartenere a una grande danza… che ci viene sempre più difficile ballare insieme… E, del resto, come potrebbe aiutarci l’Uomo-Artista solo sul palco se, mentre fa scorrere la preghiera di pioggia vento e sangue nelle vene che ci accomuna, rievoca anche, suo malgrado, quella fittizia separatezza tra esseri umani che è causa ed effetto di tanti mali?
L’Artista sul palco, il Predicatore sull’altare, il Professore in cattedra… ognuno occupa il suo posto (in piedi o a sedere) di solitudine e sete, mettendo in scena l’asimmetria dolorosa che ci siamo abituati a chiamare “società”.
E brilla la stella di Paolo Borsellino (e le stelle ammassate dei profughi) nel cielo scucito della bedda Sicilia…ma quando, nella notte dei desideri, si riaccendono le luci, lo stadio non è pieno di stelle cadute, ma di munnizza… Allora mi appassiono alle mani che si mettono al lavoro per ripulire, non a quelle che continuano ad applaudire. Ormai non riesco più a guardare verso il palco: la spazzatura della realtà ci ha smascherati.

Il cammino del ritorno inizia con la bottiglia vuota sotto il braccio e la solita umiliazione di siciliana orgogliosa che svuota il cuore, l’impossibilità ancora una volta di dare lo scacco matto al proprio “isolamento”… Lungo la via meteoriti d’umanità, venditori ambulanti, artisti di strada… tra loro la fata malata dell’andata: seduta ora per terra il suo sguardo consuma il sortilegio della sera… Noi topi ora andiamo verso la navicella (messa a disposizione dal Comune di Messina): l’estate addosso, e pure gli altri passeggeri, ritroviamo, prima di tornare nei nostri appartamenti, il malsano piacere del contatto umano nell’ingorgo cittadino… Solo il giorno dopo scopriremo, grazie a un telegiornale locale, che la viabilità ha funzionato alla perfezione!

Ormai il palco è lontano, forse anche il futuro, le canzoni di Jovanotti ci guidano come sempre per vicoli di cose, mentre fuori dalla stazione silenziosa sfioriamo i sogni di chi dorme per terra, gli occhi spalancati delle principesse nere… Una di loro dice a mia figlia: “Ciao, bella!”. Ci salutiamo: siamo vicine e siamo donne. Vorrei fermarmi, ma per noi è ora di tornare nell’appartamento, per loro è ora di vendersi. Sfido col mio sguardo di donna un cliente che si copre il viso e penso che voglio tornare solo per guardare negli occhi chi si vende con dignità e chi compra con vergogna.

Uno sguardo nudo è il migliore scudo contro l’ipocrisia eletta a “terza via”… Riavvolgo il nastro di questa mia “nota ai margini” del concerto di Jovanotti a Messina: di questa canzone dove le stonature la fanno da padrone, di questa continua fiaba folle di sguardi che, ancora una volta, ci ostiniamo a chiamare “presente”.

Animali social

Le sorprendenti mutazioni genetiche degli ultimi tempi non risparmiano neanche la grammatica…

PRONOMI IM…PERSONALI di Maria Rosa Irrera

“Niente di personale”, si diceva Io con Loro in bocca senza sputare il rospo, scorrendo la sua bacheca facebook: era un pronome importante, mica Uno qualunque! “Come ha potuto pensare Tu che mi riferissi a Lui?”… Come si può pensare che Io parli a Tu…, per Tu? Mi sembra chiaro che Io si riferisse a Io, e che Tu dovrebbe farsi gli affari suoi (o tuoi?), smettere di farsi dare del tu e togliere senso, e diventare l’Ennesimo Io… Così, forse, Io e Tu, anzi Io e Io, potrebbero cominciare a capirsi.

Paperino

IL PAPERO INFORMATICO di Maria Lizzio

«Pape Satàn pape Satàn aleppe!»[1],
ma non è Pluto, è il papero Peppe,
che, trovata la formula perfetta,
la spruzza nella rete qua e là,
per fare avanzar la civiltà.

Ogni stagno ha un sussulto solidale,
di becco in becco corre il gran messaggio;

ma accade che, connessi e affratellati
nel costruire la nuova società,
qualcuno preme un tasto, un po’ distratto
e manda in aria paperi e contatto.

 

[1] Dante, Inferno VII, 1

Il tuo paese (a mia madre)

Ulivi
©Tonino Giampà

Qui
m’incanto di te

se mi raccontano
della tua infanzia

gli ulivi

che baciarono
i tuoi piccoli sogni.

Tu rispondevi
al canto delle cose

e non sapevi

quanto bruciasse
la terra
sotto i tuoi sandali leggeri

 

 

Infanzia in canto

La lirica annoda nel cerchio di un’intuizione amorosa luoghi e tempi… l’ignoto si fa dipinto, il discorso danza. (M.R.I.)

Se un mattino di Marzo a Vizzini…

VizziniI luoghi hanno non solo un nome, ma anche un’anima, e conoscerli vuol dire esattamente scoprire quest’anima e sentirne la forza vitale.
Se il luogo è Vizzini, l’anima non può che esserne la fantasia realistica e dolente di Giovanni Verga.
Il viaggiatore attento, percorrendo le strade del paese, sente risuonare dentro di sé le voci dei personaggi verghiani e resta come avvinghiato alle loro speranze e fallimenti, passioni e miserie; sente su di sé il peso del loro destino amaro e ineluttabile: ne riscopre, insomma, l’universale umanità.
C’è il vicolo dove si consumano le passioni che inchiodano, seppure in modo diverso, i protagonisti della Cavalleria rusticana: la casa di Lola, che il destino ha voluto troppo vicina a quella di Santuzza; quella chiesa della mala Pasqua, dove nessuna resurrezione è possibile per questi dannati della terra, e, sulla stessa piazza, l’osteria della povera gnà Nunzia, madre sfortunata di Turiddu, il giovane innamorato che paga con la vita, laggiù, alla Canziria, la sua passione e la sua audacia.
A Vizzini matura la storia di un altro indimenticabile personaggio verghiano, che comincia da vincitore e finisce, inesorabilmente, vinto: Gesualdo Motta, mastro e don, tristemente schiacciato nell’ambiguità beffarda del suo destino di uomo straricco ma infinitamente povero, come è sempre chi tradisce i sentimenti per un bene materiale.
Nelle strade di Vizzini, poi, si può assaporare la fortuna di incontrare i personaggi verghiani «in carne ed ossa», grazie agli attori dell’Associazione Teatro Skené che, all’interno del Parco letterario «G. Verga», rappresentano le opere dello scrittore sul palcoscenico privilegiato dei luoghi che hanno ispirato la sua fantasia.
Così, in una ventosa mattinata quasi primaverile, è possibile risentire l’urlo che annuncia il compimento del destino di Turiddu: «Hanno ammazzato compare Turiddu!»; o imbattersi in mastro-don Gesualdo, più vivo e sconvolto che mai, davanti al palazzo Trao che sta andando in fiamme, mentre i vicini bussano urlando al portone, per salvare i proprietari in pericolo: «Don Ferdinando! Don Diego!».
E lo spettatore, percorso da un brivido, che è dono delle grandi emozioni, sente improvvisamente cancellata ogni distanza dai personaggi e vive come «normale» questa felice vicinanza: insomma, tocca con mano la certezza della loro umanissima immortalità.